Report Caseleggio 2015: l’andamento dell’e-commerce in Italia

Report Caseleggio 2015: l'andamento dell'e-commerce in Italia

Dalla dimensione dei dati statistici indicati da Casaleggio, non possiamo che condividere l’opinione dell’autore riguardo agli ottimi risultati dell’e-commerce nel mondo come in Italia: direttamente o indirettamente, anche il modo di fare acquisti di chi non è avvezzo alle tecnologie informatiche è coinvolto da questo fenomeno di massa. Gli utenti del web lo conoscono invece molto bene e stanno già vivendo in prima persona questa rivoluzione. Entrando però nel merito, similmente a quanto accade al mercato fisico, dove assistiamo ad un ingresso sempre più massiccio di flussi migratori dall’oriente che introducono prodotti fortemente concorrenziali con il “made in Italy”, anche sul fronte dell’e-commerce dominano la scena un numero sempre maggiore di operatori stranieri.


Lo sviluppo di questo secondo mercato virtuale sta conoscendo dunque una forte espansione, caratterizzata nel mondo occidentale da tassi di crescita a due cifre, come conferma lo stesso report di Casaleggio che riporta per l’anno 2015 un valore pari al 20,9%, con un volume di fatturato di circa 1600 miliardi di dollari. 


Ritornando al contesto italiano, nel quale l’e-commerce è quantificato con una crescita, sempre da Casaleggio, pari all’8%, riconosciamo che i fattori di rallentamento sono in realtà intrinseci alla situazione italiana stessa: il basso livello medio di alfabetizzazione informatica della popolazione e la non completa accessibilità ad Internet sul territorio nazionale spiegano però solo in parte la diversa velocità dell’e-commerce nel nostro Paese. 

A differenza di altre culture occidentali, quella italiana è caratterizzata da una maggior diffidenza nei confronti delle novità, in particolare se presentano anche un certo grado di complessità come le tecnologie informatiche. L’inevitabile ricambio generazionale e l’incalzante numero di nativi digitali impedirà però che si possa avere una inversione della tendenza del fenomeno e-commerce. 

Considerando quindi la diversa cinetica di sviluppo del commercio online italiano, ha ragione Casaleggio a richiamare l’attenzione sull’importanza di comprendere il prima possibile il fenomeno in atto, poiché l’Italia rischia più di altri paesi di subire questa trasformazione del modello commerciale e di non riuscire concretamente a coglierne le opportunità. Il problema si sposta dunque sul piano politico che dovrebbe, o meglio, avrebbe dovuto comprendere tempestivamente l’importanza di promuovere la formazione e diffusione di capacità e competenze adeguate a sfruttare al meglio le nuove tecnologie di comunicazione. 

Se attualmente questa predominanza straniera è ancora sostanzialmente legata al prodotto materiale, è prevedibile attendersi che domani tale situazione possa trovare riscontri anche sul piano dei servizi accessori al bene stesso, come peraltro prevede anche Casaleggio quando fa riferimento ad alcuni modelli logistici statunitensi. 

Ad eccezione dei ben noti prodotti italiani che legano il loro valore all’immagine del nostro Paese nel mondo, quello del commercio dei beni di consumo di massa rappresenta pertanto un terreno sul quale difficilmente si potrà correre alla pari. All’Italia non resta dunque che tentare di non perdere sugli altri due ambiti nei quali la battaglia economica non appare ancora delineata precisamente nel suo esito finale: i servizi, non necessariamente annessi ad un prodotto, e la qualità in senso lato.


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